

Davide Gualano
Davide Gualano (Bologna, 1972), laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna, è poeta e autore di racconti gotici. La sua scrittura, intrisa di simbolismo e suggestioni decadenti, esplora l’ombra, la memoria e il perturbante.
È presente su Instagram:
@ the_lord_of_fantasy
Il suo sito ufficiale è

Riconoscimenti
Nel 2025 ottiene una menzione all’XI Premio Internazionale Salvatore Quasimodo e vince la VI edizione dell’Abruzzo Horror Festival con il racconto “Annie”, successivamente insignito della Menzione d’Onore come Miglior Racconto Edito al concorso Incubi di Kubera Edizioni 2026.
È inoltre finalista dello stesso concorso nella sezione Gothic con “La Sposa”.

Pubblicazioni
Ha pubblicato in numerose antologie, tra cui la prestigiosa I Grandi Poeti di Via Margutta (Dantebus Edizioni, 2027).
È autore della monografia La danza delle anime perdute (Aletti Editore), tradotta in arabo dall’accademico Hafez Haidar e presentata al Salone Internazionale del Libro di Torino 2026.
Presente nell’Antologia Incubi con l racconto La Sposa Edita da Kubera Edizioni.
Annie
di Davide Gualano
Tutti i diritti riservati all'autore.
“Nella casa che abita il suo nome
i muri stillano ricordi
e ogni ombra è il battito mancato
di un cuore mai sepolto.
Il legno geme sotto
i piedi nudi nel corridoio,
come se sapesse
d’essere già memoria.
E nel respiro freddo
una voce echeggia
più morta della vita,
più viva della morte.”
1. IL RITORNO
La casa tornava a respirare.
Annie lo sentiva nelle pareti, in quelle lente esalazioni umide che facevano gonfiare la carta da parati come se l’intonaco avesse vene. Appoggiò la mano al legno marcio della ringhiera e percepì un tremito, come il cuore stanco di un vecchio che fatica a battere.
Le notti erano le peggiori. Nel silenzio tra un ticchettio e l’altro del vecchio orologio a pendolo, udiva la propria risata — acuta, infantile, inconfondibile. Proveniva dal piano di sopra, dalla stanza chiusa a chiave che aveva giurato di non aprire mai più.
Ma Annie era stanca di fuggire. Quella casa apparteneva alla sua famiglia, e se vi abitavano fantasmi, erano i suoi.
Salì dunque le scale, ogni gradino scricchiolava come un grido spezzato, finché non raggiunse la porta in fondo al corridoio. Girò la maniglia.
Dentro, l’aria era pesante, stagnante, come in una tomba. In un angolo sedeva una bambina — capelli neri, vestito bianco ormai ingiallito dal tempo. Le ginocchia strette al petto, il volto nascosto.
La voce di Annie tremò: «Perché sei qui?»
La bambina sollevò il capo. Era il volto di lei a otto anni, con gli occhi sbarrati e le pupille colme di tenebra. «Perché tu non sei mai andata via.»
Annie indietreggiò, conficcando le unghie nei palmi. «Tu non sei reale. Sei un ricordo, un frammento…»
«Allora perché posso toccarti?» sussurrò la bambina, e la sua mano scheletrica e gelida le afferrò il polso. La pelle bruciò come morsa dal gelo. Annie urlò.
La casa riecheggiò del suo grido, ma nessuno venne. Nessuno sarebbe mai venuto.
I ricordi la investirono come artigli: le urla, il sangue nella vasca da bagno, l’ombra di sua madre riversa sulle piastrelle, la lama del vetro spezzato. La notte in cui aveva giurato di non tornare mai più.
Ma il fantasma-bambina sorrise soltanto. «Hai dimenticato, vero? Pensi di essere tornata… ma non sei mai andata via.»
Lo specchio sulla parete svelò la verità: il letto vuoto, la stanza in rovina, nessuna donna viva in piedi. Solo la bambina, pallida e immobile, a fissare il suo riflesso.
Annie sentì il corpo disfarsi, i contorni della visione sgretolarsi nel nero. Non era viva; non era mai tornata. Era un’eco, un battito di mente morente che si rifiutava di spegnersi.
La bambina le prese la mano, ora con una tenerezza crudele.
«Vieni» disse. «È da anni che infestiamo questa casa.»
E insieme si dissolsero tra le mura, due ombre aggrappate ai polmoni della dimora, in attesa del prossimo cuore che avrebbe osato entrarvi.
2. IL PRELUDIO
La casa non era mai stata silenziosa, non davvero.
Neppure quando Annie era bambina.
Di notte, dal corridoio, arrivavano passi leggeri come se qualcuno camminasse scalzo sul legno. Passi troppo piccoli per appartenere a suo padre, troppo ritmati per essere casuali. La madre diceva che erano i rumori del tempo, il legno che si muoveva con il freddo. Ma Annie sapeva che il tempo non bisbiglia il tuo nome.
Il primo ricordo nitido era la porta del bagno chiusa.
Dietro, il pianto soffocato della madre. Il rumore dell’acqua che scorreva, sempre troppo a lungo. Annie non aveva mai avuto il coraggio di bussare. Eppure, nei sogni, si ritrovava davanti a quella porta: bussava tre volte, e dall’altra parte qualcuno rispondeva. Ma non era sua madre.
Era lei stessa. Una voce infantile che le chiedeva: «Vuoi giocare con me?»
Col tempo, Annie imparò a temere gli specchi. Non tanto per le ombre alle sue spalle, ma per il riflesso che non la seguiva con la stessa precisione. A volte, negli occhi della bambina nello specchio, si apriva una fessura nera come una ferita. A volte sorrideva quando lei non lo faceva.
Una notte, mentre il padre dormiva in salotto, Annie si svegliò con le mani bagnate. Aveva sognato di afferrare qualcosa nell’acqua. Capì la verità solo entrando in bagno: il rubinetto della vasca gocciolava. La superficie tremava come pelle sotto il respiro. E nel riflesso dell’acqua stagnante c’era una figura seduta sul bordo: una bambina identica a lei, pallida, vestito bianco, che la fissava senza muovere le labbra.
«Tu sei me» sussurrò Annie.
Ma la figura scosse il capo.
«No. Io sono quella che rimane quando tu non ci sei.»
Le settimane successive furono un crescendo di piccoli segni:
• L’orsacchiotto lasciato in corridoio che si ritrovava seduto sul letto.
• Le unghie scheggiate senza ricordare di averle morse.
• Una nenia che sentiva nel sonno e che non riusciva a smettere di canticchiare al risveglio.
Un giorno, la madre sparì. Nessun urlo, nessuna valigia. Solo la porta del bagno chiusa, di nuovo, e l’acqua che non smetteva di scorrere. Il padre non parlò mai di lei.
Eppure Annie continuava a vederla. Non in carne e ossa, ma riflessa negli occhi della sua altra.
La bambina fantasma che si faceva più forte ogni notte.
Una sera, durante un temporale, Annie udì bussare alla porta della sua camera. Tre colpi secchi. Aprì tremando, ma non c’era nessuno. Guardò in basso: sul pavimento c’era il suo vecchio giocattolo, fradicio, come appena recuperato dall’acqua.
Lo specchio dietro di lei mostrava la stanza. Ma nel riflesso, la bambina era seduta sul letto, già lì ad aspettarla.
E Annie capì che il confine tra il suo corpo e quell’altra presenza non sarebbe durato a lungo.
Che la casa, il dolore, i silenzi… non l’avevano mai lasciata crescere.
L’avevano lasciata dividere.
3. LA CASA
La casa aveva atteso a lungo, silenziosa come una tomba non benedetta. Le persiane erano abbassate da anni, ma chiunque vi passasse davanti giurava di percepire un alito dietro i vetri, un respiro trattenuto. I vicini non si fermavano mai, nemmeno per guardarla: non si fissa troppo a lungo qualcosa che sembra guardare indietro.
Quando i Lemaire vi si trasferirono, fu come riaprire un sepolcro. La madre, Clara, cercava un nuovo inizio dopo un periodo di lutti e stanchezze. La casa, ampia e dall’aria solenne, le era sembrata perfetta: mura spesse, camino antico, un giardino che sapeva di infanzia e di possibilità. Non sapeva che stava entrando in un ventre, non in un rifugio.
La prima a sentire l’eco fu lei. Nel corridoio principale, a ogni passo, il legno gemeva come se portasse memoria di corpi invisibili. Di notte le pareti trasudavano odori che non appartenevano alla polvere: odore ferroso, come di monete strette troppo a lungo nel palmo.
Ma fu Louis, il figlio più piccolo, ad aprire la porta. Bambino di cinque anni, minuto, con lo sguardo ancora capace di inventare mondi, cominciò presto a parlare con una presenza.
“È Annie. La mia amica Annie.”
Clara sorrise, convinta che fosse un gioco innocente. Ma i giochi innocenti non lasciano segni di graffi sulla porta della camera. Non sussurrano frasi nel cuore della notte che nessun bambino potrebbe conoscere. Louis, svegliandosi di soprassalto, ripeteva parole che sembravano appartenere a un altro tempo:
“Il cuore non è mai stato sepolto… il corridoio lo sa.”
Più i giorni passavano, più il bambino si staccava da loro, come se fosse attratto da un centro oscuro che la madre non riusciva a vedere. Lo trovava spesso seduto a terra, immobile, con gli occhi fissi in un angolo. Lì parlava fitto, sussurrando, mentre un’ombra sottile sembrava respirargli accanto.
Anche il marito, Étienne, cominciò a mutare. Inizialmente scrollava le spalle, diceva che era solo la fantasia di un bambino. Poi iniziò a camminare di notte, in corridoi dove non osava mai andare di giorno. Clara lo sorprese davanti allo specchio incrinato della soffitta. Guardava il proprio riflesso come fosse un estraneo, e mormorava con labbra pallide:
“Più morto della vita… più vivo della morte.”
Clara tentò di resistere. Si diceva che fosse solo stanchezza, che la casa esigeva adattamento. Ma una sera sentì i passi: piccoli, leggeri, scalzi. Eppure Louis dormiva nel suo letto. Il corridoio gemeva e gemeva, come se qualcuno vi camminasse sopra da secoli.
Fu allora che la vide. La bambina. Annie. Pallida, immobile, ma non muta. Gli occhi scuri erano un pozzo senza fondo, specchi di un dolore mai placato. Non avanzava: attendeva. E la sua voce, sottile come un respiro dietro la nuca, la chiamò:
“Tu sei la nuova chiave. Io sono la serratura.”
Non ci fu urlo, né terrore esplosivo. Solo il silenzio che segue un cuore spezzato. La casa li accolse, ad uno ad uno, come aveva sempre fatto: lenta, metodica, famelica. Ogni Lemaire divenne parte di essa: Clara un gemito tra le mura, Étienne un sussurro nei vetri, Louis una risata spezzata nei corridoi.
E Annie, Annie che non aveva mai smesso di aspettare, allungò la sua ombra come un mantello sopra di loro. Perché non era mai stata sola. La casa non era mai stata vuota.
Perché Annie era la casa e la casa era Annie.
