Cem&Tery Cafè
- Kubera Edizioni
- 4 mar
- Tempo di lettura: 2 min

Anteprima del racconto Cem&Tery Cafè dalla prossima raccolta di brevi storie horror di Sam Stoner.
di Sam Stoner
Era una radiosa mattina invernale. Il sole piombava di taglio sull’opalescente foglio di ghiaccio sul quale la notte aveva scritto il suo sogno madreperlato. John, dietro il bancone del Cem&Tery Café, sonnecchiava come non gli capitava da tempo, dando riposo ai suoi calli che rendevano ogni passo l’espiazione di peccati mai commessi.
I clienti quella mattina scarseggiavano, più o meno come scarseggiavano i rom nei pressi della villa del beneamato ministro sinistrorso liberale e ufficialmente aperto alla miscellanea multietnica. Quella perseguita a suon di manganelli, ma solo nei pressi della sua prezzolata magione. Tutti erano impegnati nelle ultime compere di Natale. Affollavano grandi centri commerciali e le vie del centro ben decisi a barattare le centinaia di ore passate in celle chiamate uffici, con un nutrito numero di nastri colorati avvinghiati, come l’abbraccio di Giuda, a scatole magiche da lasciare sotto l’albero.
In fondo alla sala si vedeva la sagoma di una falce, non quella raffigurata sulle bandiere rosse avvolte intorno ai milioni di cadaveri mai citati nei libri di storia, ma quella alta con il manico lungo, usata dai contadini prima dell’avvento delle trebbiatrici.
L’astante era coperto dagli alti sedili rossi dei divani, si sentiva solo una masticazione vigorosa, accompagnata da grugniti e rutti corposi.
Il campanello sopra la porta d’entrata tintinnò. John non si scompose, l’unico movimento che concesse al proprio corpo, appoggiato su uno sgabello, fu quello delle palpebre che si dischiusero solo di qualche millimetro.
«Porca quella di troia!» tuonò il nuovo arrivato chiudendo la porta dietro di sé. «Là fuori fa un freddo boia.» E batté i piedi sul pavimento, scrollando dagli scarponi il miscuglio di neve e fango. Si avvicinò al bancone, nel punto dove si trovava John e, quasi sottovoce, chiese: «Ehi Johnny, com’è l’umore del gran capo?»
John, come sua abitudine, rispose con un lieve cenno della testa: annuì e socchiuse appena le palpebre. Nel suo gergo valeva per un “vai pure, è di buon umore, oggi”.
«Grazie, bello!» rispose sempre sottovoce il nuovo entrato e si diresse verso il fondo del locale con passi leggeri. Il bancone in acciaio scorreva alla sua destra come un fiume di ghiaccio screziato dal rosso degli sgabelli e ravvivato dal fetido puzzo di una carogna in putrefazione che l’ospite lasciava dietro di sé. Arrivato alle spalle di quell’energumeno intento a divorare la colazione, disse: «Morte! Gran figlio di puttana, come butta?»
…
Copyright by Sam Stoner
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